RICORDI DI UNA VITA

IV capitolo

“La vita in Ucraina”

Prima di proseguire con il racconto della mia vita nella capitale Sovietica, vorrei raccontare la vita in Ucraina, le tradizioni, le usanze. Credo che sono le cose che a lungo andranno a sparire del tutto .

Prima parte – CAMPAGNA

L’Ucraina, fra tutti paesi Sovietici, era uno dei paesi più ricchi dal punto di vista agricolo, grazie alla sua fitta rete idrica, alla lunghezza delle sue coste lungo il Mar Nero e il Mare di Azov, alla quantità enorme dei boschi, alla terra fertile, al clima mite e per molti altri aspetti. Questo paese, da tutti conosciuto come Il Granaio d’Europa, negli anni della mia infanzia già cominciava a risentire i primi sintomi del futuro degrado nel campo dell’agricoltura, ma all’ora era ancora lieve e poco percepibile.. Molti giovani, cercando una vita migliore migravano verso le grandi città abbandonando le loro campagne, le loro terre, le loro famiglie.. A casa rimanevano le persone, sempre più anziane che non erano in grado di badare alle enorme distese agricole.

Per far fronte alle necessità dei raccolti, gli abitanti delle  città spesso venivano inviati con delle “gite organizzate”, nei campi agricoli per dare loro aiuti fisici nei periodi di grande raccolte. Venivano praticamente stipulati degli accordi fra le amministrazioni, creando dei calendari secondo i quali vari strutture come le fabbriche, gli uffici, le scuole superiori, gl’istituti ed altri dovevano partire durante le loro giornate lavorative.  Questi aiuti iniziavano con le prime raccolte a giugno e finivano a novembre.  Divertente era anche il trasporto.. Si viaggiava su un camion, seduti per terra. Io personalmente sono stata partecipe a diverse “operazioni”, fra la raccolta stessa e il diserbamento  nei campi. Fare quest’ultimo,  mi era capitato solo una volta. Avevamo un’infinità di estensione di terra da zappare, la fine della quale il mio occhio non vedeva, e non sto scherzando. Ad ognuna di noi  (in questo caso venivano inviate solo  le donne) ci veniva consegnata una zappa e andava affidata una striscia con dei peperoni piantati, dovevamo togliere l’erbaccia ed aerare la terra. Volendo  approfittare anche del sole, per prendere un po’ di colore ci siamo spogliate, mettendo addosso il costume da bagno. I nostri vestiti e i pranzi a sacchetto venivano appoggiati in una piccola striscia degli alberi che dividevano una piantagione dall’altra. In queste strisce di solito si riposava durante la pausa pranzo. Come potete già immaginare la mia schiena dopo poco tempo era dello stesso colore dei peperoni sul campo. In quei anni da noi ancora non esistevano le creme protettive e ci proteggevamo dal sole solo non spogliandosi. Anche le mie mani e la  mia spina dorsale se ne sono risentiti. Sono tornata a casa piegata a metà, con delle verruche sanguinanti sulle mani e ho dormito appoggiata sul tavolo perché la mia pelle non voleva nemmeno veder di vista un lenzuolo….. L’unica soddisfazione è stata di aver portato a casa un secchio di peperoni regalatoci generosamente dall’azienda agricola per il nostro impegno.

Altre volte sono state meno traumatizzanti. Una volta mi sono capitate le fragole, un lavoro difficile per quanto è quasi certosino. Ma in questo caso abbiamo potuto comprare diverse casse di fragole, sempre da noi raccolte, ad un prezzo molto , molto conveniente. Questo mi ha fatto passare tutti i miei dolori e la stanchezza. Solo fare la raccolta delle patate non mi piaceva. Era un lavoro poco “creativo” e molto sporco, richiedeva anche parecchi sforzi, perché prima dovevamo vangare il terreno e poi estrarre i bulbi. Solo in pochi casi mi è capitato che prima veniva mandato un trattore che girava la terra e poi  venivamo noi con le vanghe e le zappe estraendo le patate. Il ricordo più divertente che ho  di questi  miei lavori nei campi ricade sulla raccolta delle rape rosse. Avevo già attorno a 19 anni e lavoravo presso una grossa industria. E’ stato mandato tutto il nostro collettivo, maschi e femmine comprese, che contava una sessantina di persone.

Già eravamo affiatati nella nostra quotidianità lavorativa, figuriamoci in una “gita” come questa. Era già novembre, un mese abbastanza freddo, quando

ci hanno comunicato che dovevamo partire all’indomani.

Mi sono trovata in una grande difficoltà con il vestiario, perché oltre alle scarpe con il tacco a spillo ed ai tallieur, nel mio armadio si trovava solo una tuta e un paio di scarpe sportive e questo non mi sarebbe servito in quei campi dove il freddo già si faceva sentire molto. In quei giorni ha cominciato anche a nevicare e tirava un forte vento. Dovevo inventarmi a tutti i costi un qualcosa. Un mio vicino di casa, un signore su una sessantina d’anni era un pescatore accanito e praticava anche la pesca invernale sotto al ghiaccio. I pescatori come lui hanno un equipaggiamento particolare. Si vestono con tute che hanno nel loro interno dell’ovatta pressata e ricoperte dall’esterno da un tipo di cotone molto compatto. Questo tipo di vestito da noi si chiama “telogrejka”,  visivamente è  poco estetico, diciamo quasi brutto, ma è l’unico tipo di indumento che è in grado di proteggere dai forti venti e dal freddo, tanto vero che gli abitanti della campagna si vestivano d’inverno solo con telogrejka. Ho pregato il mio vicino di prestarmi sia la tuta, che la stessa telogrejka. Potete immaginarmi come potevo essere con la mia taglia 42 vestita in una cosa già di per se stessa grossa e per di più di 13 taglie più grande della mia…? Mi sembrava di essere una cosmonauta, pronta per il lancio. Alla mia vicina di casa ho chiesto di prestarmi dei stivaletti di gomma sotto i quali ho infilato tre paia di calzettoni, più un cappello con delle “orecchie” che si allacciavano sotto al mento. I guanti li avevo già. Solo a guardarmi nello specchio scoppiavo dal ridere, ma la bellezza in quel momento mi interessava relativamente, sapevo dove andavo, la mia missione era molto pericolosa per la mia salute. Da mangiare e da bere si portava sempre da casa e anche io ho preparato alcune cose per aggiungerli poi ad un pranzo comune con gli altri, si bandiva sempre un’unica tavolata (in questo caso per terra).

Una volta arrivati sul campo, i nostri maschi avevano organizzato i lavori ed avevano assegnato i compiti. Alcune donne, più forti e resistenti andavano con loro a raccogliere le rape rosse, invece le altre , “fiorellini” come me, erano mandati “in cucina”!!!! Si! I nostri maschietti hanno deciso di organizzare anche un falò, cucinare una minestra calda, poi per il secondo dovevamo preparare dei spiedini di maiale ed abbacchio  accompagnato dalla nostra famosa kascia, che sarebbe uno dei cereali a scelta lessato nell’acqua e condito con il burro, come antipasto e il post pasto si consumavano una marea di intrugli dai salami e formaggi agli ortaggi marinati o salati e tutto generosamente innaffiato dalla vodka. Non so con l’esattezza quanto siamo riusciti a raccogliere prima del pranzo, ma posso dire con la certezza che dopo il pranzo non abbiamo raccolto nemmeno una rapa! Dai vari raffreddori io mi sono salvata con la mia tuta, invece i miei colleghi si sono salvati grazie ai litri di vodka che hanno fatto a loro da disinfettante e da un generatore di calore…. Da noi si lavorava così… C’era il tempo per il lavoro sodo e c’era il tempo anche per un divertimento, ma sempre uniti nei grossi collettivi…

“la steppa ucraina”

Parlando delle piantagioni, per immaginare una dimensione più o meno reale si potrebbe fare un riferimento alle steppe russe, ma in questo caso coltivate con delle varie colture fra le quali il grano, l’orzo, il granturco, il miglio, l’avena, il grano saraceno, la segale; altri tipi di cereali, i piselli, i fagioli, gli ortaggi tipo pomodori, peperoni, melanzane, cetrioli, alcuni tipi di frutta tipo le mele e al sud, nella zona di Krimea,  veniva coltivata l’uva. Ma le piantagioni più diffuse, almeno nella zona centrale dove abitavo io,  erano di patate, di rape rosse e quelle da zucchero,  di verza e di carote.

La gestione di queste terre erano affidate alle aziende agricole chiamati Kolchoz e Sovchoz. Sono due abbreviazioni e in entrambi i casi si tratta della azienda agricola rurale, a differenza che nel primo caso la gestione è “collettiva” e in secondo caso, è “sovietica”.

Non so esattamente quale è stata la differenza di fondo fra i kolchoz ed gli sovchoz, mi ricordo qualcosa dai insegnamenti a scuola che si tratta della grandezza di azienda, della gestione delle terre e delle economie corrispettive. Ad esempio, le terre degli sovchoz appartenevano sempre allo stato e oltre alla coltivazione, quest’ultimi  fungevano da una grossa fattoria statale che vendeva i prodotti agricoli all’imprese di distribuzione  all’ingrosso.

I kolchoz avevano la terra in gestione gratuita e ad uso perpetuo, ma in cambio dovevano coltivare i prodotti decisi dallo stato nelle quantità ed a prezzi da questo indicati..

Tra l’altro le persone che lavoravano per i kolchoz oltre che a percepire uno stipendio, avevano di diritto e sempre ad uso proprio, gratuito e perpetuo degli appezzamenti di terra che variavano secondo la grandezza dell’azienda, ma non era mai inferiore ai tre ettari. Questo permetteva loro non solo di costruire la casa, ma anche a provvedere all’alimentazione della propria famiglia e alla vendita dei prodotti in  eccedenza o presso lo stesso kolchoz, oppure presso dei mercati ortofrutticoli nelle città limitrofe, perché non esistevano delle limitazioni che potevano impedire ad esempio all’allevamento dei animali da cortile in casa o di altri tipi di limitazione.

Avevo fatto anche io la venditrice al mercato. Ero ancora una ragazzotta, quando passando la mia solita vacanza dalla mia nonna paterna, dopo aver raccolto le visciole ho dovuto andare con la nonna al mercato ortofrutticolo della città per vendere la nostra raccolta. Erano soltanto tre secchi di visciole. La nonna ne portava due ed io uno solo. Dopo aver pagato presso uno sportello del mercato la tassa per l’occupazione del suolo, ci siamo accomodati sul posto a noi assegnato. Accanto a noi vi erano altre persone tipo noi che avevano portato ognuno le sue “eccedenze ortaggi”. Mi sono divertita a giocare a fare una commessina, ma la concorrenza era tanta e abbiamo messo una mezza giornata per finire tutto. La nonna andava al mercato abbastanza spesso per vendere diverse verdure o la frutta. Per poter vendere non bisognava essere un operatore del settore, lo poteva fare chiunque. C’è da dire che il pezzo di terra che aveva mia nonna non era più grande di 600 mq ed era dislocato nella prima periferia di una città industriale che contava già all’ora più di due milioni di abitanti. Nonostante la sua ridotta dimensione, questo pezzetto di terra riusciva a produrre a sufficienza e poter deliziare, con dei suoi frutti, verdure ed ortaggi non solo la mia nonna, ma anche la famiglia della zia che abitava nella stessa città. Ed oltre a mangiare i prodotti  stagionali,  si faceva anche la conservazione e poi la nonna riusciva pure a vendere qualcosa al mercato, come già avevo raccontato sopra.

Segue…..

 

N.

Le foto qui pubblicate, non rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e  luoghi di cui parlo .